Matteo Renzi e il mea culpa della sinistra italiana

di Nicola Lofoco @

Dopo l’incontro tra Renzi e Berlusconi nella sede nazionale del Partito Democratico a Roma , incontro per confrontarsi sulla riforma della legge elettorale, sono fioccate le polemiche sul nuovo segretario democratico. Fassina afferma di “vergognarsi come militante “ per questo incontro. Ma chi sta insorgendo è un po’ tutta la base del partito proveniente dall’ area di sinistra, in gran parte ex diessini, quasi scandalizzati del fatto che il segretario nazionale sia ora un uomo non proveniente dalla loro area politica. Dinanzi alle loro proteste sarebbe meglio non avere la memoria corta e capire bene come Matteo Renzi è diventato nuovo segretario politico.

Quando il 14 Ottobre 2007  quelli che sino ad allora erano stati il partito dei Democratici di Sinistra e della Margherita decisero di sciogliersi per poi unirsi nella costituzione del Partito Democratico in molti erano contenti, entusiasti, politicamente convinti di aver compiuto la più grande rivoluzione politica della storia dal dopoguerra ad oggi. Unire in un unico cocktail politico due partiti che avevano alle spalle culture e storie completamente diverse non era certo un gioco da ragazzini. I Democratici di Sinistra erano i naturali eredi del Partito Comunista Italiano, mentre la Margherita rappresentava una consistente corrente politica di quella che era stata la “Balena bianca“, la Democrazia Cristiana. Cattolici ed ex comunisti, la cui contrapposizione politica aveva segnato la storia della prima repubblica,  erano dunque ora un unico soggetto politico. Tutto questo galvanizzò soprattutto gli ex Ds, convinti di aver compiuto un fruttifero anshluss politico nei confronti di un partito moderato.

Con l’idea che la componente diessina avrebbe fatto da padrona nelle scelte politiche più importanti. E ricordiamo che da allora la segreteria è stata in mano per 6 anni proprio a due ex Ds, Veltroni e Bersani, fatta eccezione per la parentesi obbligata della gestione di Franceschini. Il Partito Democratico  parte dal famoso “ I Care” di Walter Veltroni. I suoi sostenitori sono convinti che sia arrivata l’ora delle mille e una notte nella storia della sinistra italiana. Peccato, perché nel 2008 Veltroni perde contemporaneamente le elezioni politiche e la poltrona da sindaco della città di Roma. Complice anche le perenni lotte intestine al partito, Veltroni si dimette, lasciando la gestione al suo vice Franceschini.  Ma la vecchia guardia della componente di sinistra del Pd non molla.

E’ necessario far capire bene a tutti chi comanda davvero nel partito. E tutti fanno quadrato intorno al nome di Pierluigi Bersani, che viene eletto alla fine del 2009 ed ha davanti a lui quasi  4 anni per poter preparare al meglio la competizione elettorale del 2013, a cui arriva con la strada spianata e completamente in discesa. Berlusconi sembra ormai finito per gli innumerevoli scandali a luci rosse che lo hanno colpito, non vi è più la preoccupazione di fare accordi con la sinistra estrema perché ridotta ai minimi storici in termini di consenso elettorale e la lista di Monti non sembra avere una grande consistenza politica. Grillo ed il suo movimento vengono praticamente ignorati. In questo modo l’alleanza a due teste con Sinistra Ecologia e Libertà di Vendola sembra destinata a trionfare.

Peccato, anche per Bersani, che le elezioni del 2013 si trasformano nella sua Caporetto. Si scopre infatti che Berlusconi non era per niente finito, che il movimento di Grillo supera nei consensi il Partito Democratico e che la gestione Bersani è valsa in termini percentuali di consenso meno di quella di Veltroni.  Due segreterie di ex diessini: due totali fallimenti. A questo punto è fisiologico che non solo l’elettorato ma anche tutta la struttura del partito iniziassero a richiedere un profondo rinnovamento della classe dirigente. Ed era del tutto normale che a guidare ora il partito potesse essere un moderato.

Matteo Renzi , che ha avuto anche dalla sua parte il notevolissimo vantaggio di essere un trentottenne , un viso nuovo e giovane non equiparabile ai volti della vecchia gestione, ha ottimizzato tutto questo mettendo nell’ angolo Bersani ed i sui supporter. Quando si decide di fare un matrimonio, si condivide tutto. Non solo i beni materiali, ma anche il proprio destino.  E quando i diessini hanno deciso di fondersi con i moderati hanno accettato questa logica. Non si possono ora scandalizzare del fatto che la guida del Pd è ora finita nella mani di un moderato. Se farà bene o meno lo vedremo. Di certo gli ex diessini per la sua elezione possono per ora  dire solo una cosa: “ Mea Culpa”.

 

 

 

 

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