Robin Hood.Il mitico arciere dell’arco lungo

 di Rossano Tassi @

Durante il XII secolo si diffuse in Inghilterra, importato dal Galles meridionale da cui pare sia originario, uno speciale tipo d’arco che dalle sue dimensioni prese il nome di “long bow” (arco lungo). Era costruito con legno di tasso, alto un paio di metri scagliava lunghe frecce a distanza utile di oltre 200 metri: lo adottò uno specifico ceto sociale, gli yomen o feeholders, vale a dire i liberi contadini soggetti, senza intermediario feudale, alla diretta giurisdizione della corona.

L’arco lungo era dotato di una gran forza di penetrazione e di una lunga gittata nonché di una estrema rapidità di tiro. Fu con l’arco lungo che, nel 1298 gli Inglesi sgominarono gli shiltrons, i formidabili squadroni di picchieri pesanti scozzesi. Gli yeomen usavano l’arco per procurarsi il cibo con la caccia ma, com’è  noto, la caccia, soprattutto nelle grandi foreste, era prerogativa riservata esclusivamente ai feudatari; per questo non è difficile immaginare quanto fosse diffuso il bracconaggio. Nessuno sa se Robin Hood sia realmente esistito.

Probabilmente visse, sotto il regno di Edoardo II o quello di Riccardo Cuor di Leone, uno yomen, fuorilegge per motivi legati alla caccia di frodo, uomo d’animo buono e generoso che si nascondeva nella foresta di Sherwood a nord della città di Nottingham e che utilizzando “un arco lungo” era considerato il più abile arciere d’Inghilterra.

Alcuni studiosi sostengono che la figura di Robin Hood derivi da preesistenti miti celtici.

Margaret Murray lo ricollega ad un nume dei boschi, caratterizzato da corna di cervo, venerato in particolare nelle feste di Calendimaggio, il cui culto risalirebbe alla preistoria.

Secondo Robert Graves che riprende, in parte, le teorie della Murray, Robin Hood sarebbe da identificarsi con Robert Goodfellow “Buondiavolo”, una divinità boschiva in seguito ridotta semplice folletto, reso famoso secoli dopo da William Shakespeare nel “Sogno di una notte di mezza estate”.

Graves  inoltre lo accosta non solo alla festa di Calendimaggio, ma anche a quella di Yule: Hood (o anche Hud) significa infatti “ceppo” o “ciocco”, che ha un ruolo centrale in tale rituale celtico.

Da questo punto di vista Robin è dunque il dio dell’anno nuovo, che lotta e vince contro il vecchio inverno. Ogni anno si celebrava il rito dell’uccisione del Re dell’anno vecchio, il “Re del malgoverno”, con pantomime nelle quali i vari personaggi venivano rappresentati da improvvisati attori: Robin inseguiva il Re vecchio e lo impiccava alla quercia (la stessa da cui si tagliava il ceppo), dopodiché un monaco, in odor di scomunica, di nome Fra Tuck, ne celebrava le nozze con Marian.

Graves non rifiuta del tutto la teoria secondo cui Robin Hood sia realmente esistito, ma sostiene che la figura del personaggio storico si sia fusa con quella religioso-mitologica. In particolare, sostenendo la teoria di J.W. Walker, lo identifica in Robert Hood, nato a Walkefied (figlio di un guardaboschi di nome Adam Hood) che sposò tale Matilda e che, grazie alla sua opposizione al clero, venne identificato col patrono delle feste agricole pagane.

Il nome di Robin Hood appare, per la prima volta nel manoscritto “Piers Plowman” (1377) di William Langland (poeta e monaco Benedettino), mentre la prima menzione storica, o presunta tale, si trova all’interno dello “Scottish Cronicom”, scritto parzialmente da John Fordum tra il 1377 e il 1384 e parzialmente dal suo allievo Wlater Bower, più o meno nel 1450, che integrò e modificò il lavoro del suo maestro. All’interno del libro un passaggio recita testualmente: “…in quel periodo, tra coloro che erano stati privati dei loro possedimenti si sollevò il celebre bandito Robin Hood (con Little John e i loro compagni) le cui gesta il volgo si delizia di celebrare in commedie e tragedie, mentre le ballate sulle sue avventure cantate da giullari e menestrelli sono preferite a tutte le altre”.

Tra il XVI e il XVIII secolo assistiamo a un enorme fiorire di ballate, racconti, novelle, romanzi,  dove Robin Hood è, di volta in volta, un mercante, un contadino, un bracconiere, un ribelle, ed è solo all’inizio del XVII secolo che diventa un nobiluomo a cui hanno sottratto titoli e terre e che incarnerà le rivendicazioni e aspirazioni di libertà e giustizia del popolo che viveva in estrema povertà e che subiva ogni sorta di violenza da parte dei ceti sociali più elevati.

Il Robin Hood, eroe popolare e ladro gentiluomo, viene ripreso anche da Alexandre Dumas (padre) nel suo romanzo postumo “Robin Hood il proscritto” pubblicato nel 1873.

Canzoni, drammi, romanzi, giochi e successivamente musical, film, cartoni animati, serie televisive e fumetti hanno trattato nel tempo la figura leggendaria di Robin Hood e la storia, in alcuni casi è rimasta soggetto a  manipolazioni e trasposizioni di ogni genere.

Nel 1895 i fratelli Lumière, a Parigi, danno vita alla grande magia dell’arte cinematografica ed è proprio Robin Hood, uno dei primi eroi ad interessare il nuovo media che, in modo inaspettato, ha creato intorno a sé l’interesse di studiosi e letterati. Il film diretto da Percy Stow, prodotto in Inghilterra nel 1908, è “Robin Hood and his merry men” (“Robin Hood e la sua allegra brigata”).

E’ solo l’inizio di un lungo rapporto tra le avventure dell’infallibile arciere e l’industria cinematografica e televisiva e nonostante l’ultima costosissima pellicola hollywoodiana diretta da Ridley Scott con Russell Crow nelle vesti del protagonista, i film che hanno rinnovato e mantenuto in vita il mito dell’eroe sono essenzialmente due: “The adventures of Robin Hood” (1938) diretto da Michael Curtiz con Errol Flynn e Olivia de Havilland e il lungometraggio animato “Robin Hood”, prodotto dagli studi Disney  e diretto da Wolfgang  Reitherman in cui Robin  ha le sembianze di una volpe e tutti i personaggi, come è nella migliore tradizione disneyana, sono impersonati da animali.

Sulla scia del successo cinematografico del film interpretato da Errol Flynn, il gruppo editoriale “D.C. Comics” fa debuttare nel 1938, sulle pagine della rivista “New Adventure Comics” una prima serie di avventure a fumetti su Robin Hood , realizzate da Sven Elfico e. nel 1957, da alle stampe gli abi “Robin Hood Tales”.

La versione più popolare e longeva è, senza ombra di dubbio, la serie prodotta dalla casa editrice inglese “Amalgamated Press”, del gruppo “Fleetway”, dal 1951 al 1960 e realizzata da differenti autori appartenenti a varie “scuole” fumettistiche  (inglese, argentina, francese, spagnola e italiana) e tra tutte ha primeggiato un qualificatissimo gruppo di sceneggiatori e disegnatori italiani come Guido Buzzelli, Ruggero Giovannini, Armando Monasterolo, Virgilio Muzzi, Nadir Quinto e Raffaele Paparella. Di enorme interesse e poco conosciuta (purtroppo) la saga “Robin Hood and Company”, realizzata dai canadesi Ted Mc Call (testi) e Charles Snelgrove (disegni) per il “Toronto Telegram”.

Per quanto riguarda la produzione Disney, il personaggio compare come comprimario in una storia di “Topolino” e precisamente “Mickey Mouse adventures with Robin Hood” (“Topolino contro Robin Hood”), realizzata da Floyd Gottfredson  nel 1936 e pubblicata in Italia sugli “Albi d’Oro” della Mondadori nel 1947 e dopo una lunga sequela di rapide partecipazioni a fumetti e cartoni animati, sull’onda del successo ottenuto dal film d’animazione, la Disney riprende a narrarne le gesta producendo, oltre alla versione a fumetti del lungometraggio (1974), una lunga serie di libri illustrati e di activity book.

Tra gli autori italiani che si sono misurati con le gesta di Robin Hood  meritano di essere menzionati Giorgio Bellavitis (pseudonimo George Summers), che reinterpreta in modo originale la leggenda in appendice al periodico “Asso di Picche” (1946); Ugo Matagna, che realizza una serie per “Contastorie” (“La Meridiana”/1946); Raffaele Papparella che disegna il personaggio per il “Vittorioso” a partire dal 1961; Armando Monasterolo, autore di una affascinante riduzione a fumetti del film “The adventures of Robin Hood” pubblicata a puntate su “L’Albo della Domenica” (Edizioni Taurinia/1946). Il successo della serie spinge Monasterolo a realizzare una continuazione improbabile e arbitraria della storia, che vede come protagonista l’inedito “Robla”, figlio dell’arciere, nella serie in quattro albi intitolata appunto “Il figlio di Robin Hood”.

L’arciere di Sherwood, vista la sua enorme popolarità, ha avuto centinaia di versioni fumettistiche e animate e ne ha ispirate tante altre. Dalle avventure prodotte in Francia da Pierre Mouchot, alla serie di cartoni animati giapponesi, realizzati nel 1990 da Hiroyuki Kawazaki e Tsunehisa Ito, senza perdere di vista l’epica versione realizzata dagli autori ispano-portoghesi Jesus Blasco e Eduardo Cooelho, le sue gesta leggendarie sono diventate uno dei patrimoni più importanti dell’immaginario popolare del XX secolo.

La figura di Robin Hood  mantiene ancora oggi  un’incredibile fascino e continua  a rappresentare uno degli emblemi più azzeccati dell’universale aspirazione di giustizia e libertà.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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