Gli insulti a Bersani e lo spirito del 1945

di Gianfranco Pagliarulo @

Val la pena di ragionare, a partire dalla cascata di invettive e di auguri mortiferi che sono stati riversati sul web all’ indirizzo di Bersani nella drammatica circostanza della sua emorragia cerebrale. Val la pena, perché l’episodio non è isolato né riconducibile ad un recentissimo malcostume mediatico. Da tempo nei blog e qualche volta nei testi in generale pubblicatisulla rete si manifestano una ferocia e un livore impressionanti. Non è sufficiente ricercare la natura di questa pratica nella particolarità del mezzo. Se è vero che il mezzo è il messaggio, come scriveva Marshall McLuhan, è anche vero che l’uno e l’altro vanno contestualizzati.

Né ci basta spiegare tutto ciò con il comodo alibi dell’anonimato sul web, per il semplice motivo che una parte consistente del quotidiano repertorio di insulti e contumelie da computer viene sottoscritta con nome e cognome. Tanto meno serve immaginare discipline punitive o coercitive, inventare nuovi vincoli di legge, trasferire sul piano giuridico un problema che a me sembra di carattere sociale. Ma ancor meno ci aiuta il ridurre questo fenomeno all’incoercibilità di una presunta “natura umana”, che sia questa “homo homini lupus”, ovvero la zona oscura che alberga in ciascuno di noi, l’intima compresenza del dottor Jekyll e di mister Hide. C’è naturalmente molto di vero in tutto ciò, ma così non si spiega il come, il quando e il perché di questa mistica virtuale della violenza verbale o, più prosaicamente, di questo ostentato traboccar di immondizia.

Il fenomeno, a mio avviso, è uno degli aspetti della crisi antropologica che attraversa la nostra società e che si manifesta in generale con la progressiva disgregazione della coesione sociale, con il declino dei freni inibitori, con la dispersione-disperazione dell’ethos come regola di vita, come comportamento pratico che deriva da una determinata concezione del mondo. La crisi economica è stata un moltiplicatore, o comunque ha reso evidente ciò che era latente, e che si manifestava già in molti modi: in una banalizzazione estrema e in un impoverimento del linguaggio, causato – questo sì – dalle nuove tecnologie e dai social network (sms, chat, facebook, twitter); nello specifico lessico sportivo (si fa per dire), quello da stadio, da “coro della curva”, che alterna il dileggio verso il giocatore nero all’auspicio di decesso verso il calciatore infortunato allo schiamazzo durante l’esecuzione dell’inno nazionale della squadra di calcio avversaria; infine, nell’esempio luciferino della grande parte dei programmi televisivi, oramai cloni sbiaditi del modello americano, ove si succedono filmetti da quattro soldi che rigurgitano scazzottate, inseguimenti in auto, ricorrenti e dotti intercalari come “figlio di puttana”, talk show fra “politici”, ove si cerca di mascherare la noia rituale delle parole degli ospiti con improperi e aggressioni reciproche, secondo il collaudato modello-Sgarbi, simpatici concorsi a pantagruelici premi in denaro in cui, come è avvenuto, i concorrenti, a domanda, affermano che Hitler è andato al potere nel 1949, o nel 1964, o nel 1979. Roba da rimpiangere Mike Bongiorno o polpettoni come “Il mulino del Po” con l’indimenticabile Tino Buazzelli.

La causa più importante (certo, non unica) di questa catastrofe culturale ha un nome e un cognome: Silvio Berlusconi. Sia come tycoon che come dirigente politico. Come imprenditore televisivo, e più in generale come imprenditore, ha letteralmente trapiantato nel nostro Paese il peggior umore degli States, lo squallore dei ceti medio alti della provincia americana (quello del monumento al pistacchio o dell’inventore della valigia con le ruote, straordinariamente rappresentati da Sorrentino nel film This must be the place) coniugandolo, per di più, con la mondanità effimera, rumorosa e volgare dei grevi benestanti italiani sul viale del tramonto, efficacemente dipinti dallo stesso regista ne La grande bellezza. Come politico, Berlusconi più di qualsiasi altro ha incarnato il modello negativo per i noti motivi, riuscendo, con rara abilità, a far piangere l’Italia e a far ridere tutto il mondo. Ma, si sa, Berlusconi è anche l’autobiografia della nazione, e dunque ci rimane il berlusconismo, e cioè il cancro morale e civile che avvelena il Paese.

Al tempo attuale, quello della crisi, il copione di Arcore viene interpretato da Beppe Grillo. Dopo la sua educazione sentimentale a base di V-Day, improperi, definizioni ossianesche (zombie, morto che cammina ed altre allegrie e allegorie à la Dylan Dog), linciaggi mediatici – la black list dei giornalisti ingrassa ogni giorno come un tacchino prima di Natale –  perché stupirsi degli auguri di morte verso il povero Bersani da parte di tanti blognauti? Si dirà: non sono tutti grillini. Vero. Ma il modello, il format, è quello. Quella è la pedagogia.

Gli assalti populisti riscuotono sempre maggior successo di pubblico e di critica a causa della crescente rabbia sociale determinata dai provvedimenti economici del governo. Il dramma è che a tali assalti non corrisponde né un’inversione della politica economica né una tenuta delle istituzioni. Sulla politica economica basti vedere l’aumento dell’Iva di un punto dal 1° ottobre, col conseguente crescita (molto superiore a quello dell’Iva) di tutti i prezzi, il balletto ancora in corso sull’Imu, l’incredibile vicenda della discussione sul prelievo forzoso dalle tasche (vuote) degli insegnanti. Sulle istituzioni mi limito a segnalare la volontà di tanti politici di arrivare ad una nuova legge elettorale che, invece di provvedere al ripristino della rappresentanza, si preoccupi di garantire la governabilità, un mantra che sentiamo da vent’anni e che ha creato più danni di una biblica invasione di locuste. Proprio il contrario di quello che ci vuole in un Paese dove la rappresentanza politica è crollata, al punto che oramai non va a votare più o meno la metà degli aventi diritto.

Ma il tema essenziale, a mio avviso, è la caduta della capacità delle istituzioni di fare egemonia, cioè di condurre e sedurre la società italiana in un corretto rapporto fra consenso e coercizione. La forma attraverso cui dovrebbe incarnarsi l’egemonia delle istituzioni è quella della Repubblica democratica fondata sul lavoro, che è esattamente ciò che negli ultimi anni sembra pressocchè evaporato. Stupisce che nelle élites istituzionali non maturi una corretta percezione di tale debolezza.

Ed infine. Questa situazione che è di evidente e straordinaria gravità è il brodo di coltura degli imbecilli che hanno augurato la morte a Bersani. L’imbarbarimento dei rapporti sul web e più in generale dei rapporti sociali rimette a tema la nozione del nemico. L’Italia di oggi (e il mondo in cui viviamo) da tempo ha riscoperto il nemico. E’ stato, od è, a seconda del periodo e del territorio, il meridionale o il nero, l’ebreo o l’islamico, lo straniero o l’omosessuale. Ma oggi sta succedendo qualcosa di diverso e di peggio: i nemici sono tutti quelli che non la pensano come me. Ed ecco che, pur essendo io di sinistra, giungo alla conclusione che il nemico (non l’avversario), è, per esempio, quel poveretto di Pier Luigi Bersani. Non solo. La nozione grezza del nemico esclude qualsiasi regola, qualsiasi pietà, cioè azzera, in ultima analisi, ogni freno inibitorio. Ecco la barbarie dell’augurio di morte. Certo, siamo ancora sul piano delle parole, per fortuna. Ma si ascolti il suono stridulo del campanello d’allarme. La politica – dicono alcuni – è diventata biopolitica, cioè condiziona la nuda vita delle persone ed ha questa come oggetto. E’ ragionevole pensare che si introietti tale percezione nella personalizzazione della politica: se la politica è il leader, il suo corpo venga amato. Ma se il leader cade, il suo corpo venga vilipeso.

Va da sé quanto sia drammatica questa concezione sociale: se tutti mi sono nemici, se non mi rimane che il rapporto di amore o di odio per il leader, io sono totalmente, assolutamente ed irreversibilmente solo, nella società e nella vita. E’ il cascame più amaro dell’ideologia neoliberista, così efficacemente rappresentata dalle parole della Thatcher: “La società non esiste; esistono solo gli individui”. L’apologia della solitudine.
Ci vorrebbe, come scriveva Gramsci, una grande riforma intellettuale e morale, che non può che sorgere da una riforma economica. Ci vorrebbe un partito che ristabilisse una “connessione sentimentale” con il popolo. Ci vorrebbero delle istituzioni che ricostruissero prestigio e autorevolezza a se stesse e speranza e possibilità di lavoro al Paese, come avvenne nel dopoguerra, di fronte ad un’Italia dissolta, grazie all’Assemblea Costituente. Ci vorrebbe, per dirla con Ken Loach, the spirit of 1945. Bisogna provarci, ed ad ogni costo. Si discute ancora se le ultime parole di Goethe morente siano state “Più luce!” o “Più niente!”. E’ oggi l’alternativa che abbiamo davanti. La luce di una possibile rinascita, o il niente, appena agitato da uno spettro che Sepùlveda ha definito nel titolo di un suo romanzo “l’ombra di quel che eravamo”.

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